23 gennaio 2019

Basket e sport: genitori colpevoli. Ma è sempre così?


Ho letto tutto, ho letto botte e risposte. Ho letto commenti e assistito ad applausi a scena aperta. Peccato che nel basket giovanile non funziona sempre e solo così.

Partiamo dal presupposto che quello è sì un buon allenatore, ma qualche punto da una visione diversa, lo vorrei dare. Chi sono? Mamma di un U14 (stessa categoria di 13 enni) giocatore in Elite e arbitro da sempre in attesa del corso che lo renda un professionista (bisogna averne compiuti 13 per poterlo fare) e io, genitore che fa tavoli da anni, che sta sugli spalti e urla, dirigente per qualche anno.

Insomma, io, che ho sempre giocato a pallavolo, ormai sono fagocitata da questo sport che ritengo ancora uno sport sano e non lo cambierei per nulla al mondo.

Ma, ho dei "ma" abbastanza "tonici" sulla questione in generale.
Tanto di più dopo la partita di ieri sera. Perché ci sono anche le infrasettimanali su una settimana di 3 partite e quasi altrettanto allenamenti dalle 19 alle 21 come media.
Tanto di più da quando si gioca in un girone di agonismo.

Difendo i genitori? Nì. Nel senso che ho imparato a stare zitta il più delle volte, ma mi domando, per prima cosa, quanto vengano realmente formati questi giovani arbitri. Perché non si può fischiare un time out con palla in campo (e dire che non aveva sentito il fischio - se non lo hai sentito non lo puoi fischiare), o fischiare ogni singolo fallo a 30 secondi dalla fine in una partita interminabile su cui i falli erano davvero a caso, i passi quelli di Samsung Healt che ti fanno vincere le sfide e un cronometro a quanto pare rotto (che però omologhi sulla partita dove non è umano nè pensabile giocare così in un FIP) e con netta vittoria di una delle due squadre.... (e ce ne sarebbero mille altri di esempi, chissà perché ultimamente si vedono spesso i supervisori in campo).

Ni che non vuol dire "difesa", perché nessuno ha diritto di offendere nessun'altro, ma ciò non dovrebbe accadere nemmeno al forum... ma può scappare.

Ecco, ritorno a noi: mio figlio ha fatto l'arbitro. Tante, parecchie volte.

Dal minibasket, fino alla sua stessa età lo scorso anno: ne ha ricevute di ogni, di offese. Ma da mamma gli ho detto: "Se vuoi fare l'arbitro devi essere superiore, perché lo sai dove sei. Sbagli, fa nulla. Devi essere sicuro dei tuoi errori. E sempre a testa alta.". Beh, più di una squadra avversaria si è congratulata con noi (dopo le offese dagli spalti) e con lui, chiedendo anche scusa. E una di queste, lo ha addirittura chiamato a casa loro nella fase del ritorno per quanto è stato bravo. Fortuna? Non credo solo quella.

Non ha fatto corsi, ha arbitrato sempre di cuore e di coscienza. Passione per uno sport. Fondamentale. Ha sbagliato, certo. Ha cercato di essere sempre equo. Ma è riuscito ad andare oltre.

Oltre soprattutto, non tanto ai genitori, tanto quanto agli allenatori che si è trovato sul cammino. Perché quando un allenatore dice "Voi genitori non dovete dare mai le colpe agli arbitri perché se lo fate date alibi ai ragazzini", uno ci sta pure. Ma se poi l'allenatore offende, vive di tecnici, litiga ogni santa volta proseguendo ad oltranza l'attacco, beh, forse qualcosa non va.

E pensate che dal tavolo l'allenatore sia un santo? Tra bestemmie, offese, spergiuri, trick e track e bombe a mano, lo spettacolo va in scena. Contro i ragazzi e contro gli arbitri. Ma facile dire: è tutta colpa dei genitori, state zitti.

Avrei talmente tanti nomi da citare di allenatori che attaccano gli arbitri, da fare l'elenco. E' un cane che si morde la coda.

Forse il genitore non sarà mai giustificabile, ma dalla panchina deve esserci la regola (data) rispettata. E allora bravo questo allenatore, anche se non si può di certo fermare ogni partita, sicuramente stronzi i genitori che affondano su un ragazzino (che però forse è meglio non faccia quel ruolo), ma calma con la solita e facile scusa: è tutta colpa dei genitori, meglio non ci siano.

I genitori sbagliano? Si gioca a porte chiuse, non si smette una partita. Fuori tutti. 

Perché i campioni si crescono prima in casa che in campo, ma si formano su quest'ultimo. E quando ti trovi di fronte un tuo coetaneo che mentre fa canestro si gira e ti dice "Fottiti e stai zitto, col dito sulla bocca a moh di silenzio", ecco, li non è colpa del genitore, ma dell'allenatore e di come li educa. Perché quello è ancora, a questa età: un educatore. E se si disconosce come tale, quello che lui cresce, sarà uno di quei genitori cretini sulle gradinate (oltre che a un pessimo giocatore, se non perderà anche la voglia di giocare).

E non deve permettersi di dare dei "coglioni" in campo (allenamento o meno), che non deve mettere in un angolo nessuno senza spiegazione, che non è nè mamma né papà, che le mani (si ho visto allenatori alzare le mani) vanno tenute in tasca a dirla educatamente, e la crescita che deve "sfiorare" un allenatore, rientra in un limite ben preciso. Non tutte le giovanili vivono il basket come divertimento, il divertimento ormai è cosa rara, purtroppo. Non per altro, si cambia squadra a malincuore.

Perché si chiede troppo, sempre di più, oltre. Oltre lo studio, le uscite con gli amici, la non consapevolezza di un 13enne che ha tutti i diritti di imparare, oltre alla paura, al timore, alla voglia di avere un sogno, di fare gruppo. E qui non ci si può permettere di non avere arbitri o mandare dei ragazzini da soli che non siano in grado di reggere il peso dei loro coetanei. E che non sappiano fare scelte. Perché di mostri davanti ne trovi 2, non 1.

E se gli allenatori così, si possono contare sulle dita di una mano (che poi si chiama "avere empatia" con la squadra che dovrebbe essere una dote naturale per chi fa questo lavoro), allargate gli orizzonti: ce ne sono altri 100 che vogliono vincere, che non sanno fare gli educatori, e credono che la parola empatia sia una brutta, bruttissima malattia.

Noi ci assumiamo tutte le colpe del caso, lo dico da genitore che a volte si morsica la lingua e a volte anche no, ma partiamo qualche volta anche dal campo (e qui lo dico anche da dirigente perché poi coi ragazzi ci parli, e ci parli anche tanto a volte....).
E' sul campo che si cresce con la palla a spicchi, e lì, noi, non dovremmo nemmeno metterci piede.

(...se lo facciamo, un motivo ci sarà).






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