31 luglio 2017

"Non è un orgoglio l’essere gay, ma una sindrome che va pazientemente curata, decisamente combattuta, possibilmente guarita".



"Non è un orgoglio l’essere gay, ma una sindrome che va pazientemente curata, decisamente combattuta, possibilmente guarita e il malato va accolto con amore e stima. L’omosessualità è una malattia, qualche volta un raro handicap ereditato con la nascita".

Non stiamo parlando di secoli fa, bensì dell'Anno 2017, nello specifico a Torino.

E questo è un pezzo estratto da un libro (per fortuna ormai fuori catalogo), che si intitola "Ti amo. La sessualità raccontata agli adolescenti" edito da Effatà. E fin qui, pare nulla di male.

Se non che al suo interno contiene una serie di affermazioni omofobe impressionanti. Il suddetto libro è stato consegnato a cento adolescenti che partecipano ai campi estivi; ma non finisce qui. E' stato scritto da un prete, don Paolo Gariglio, anziano, storico, ex parroco di Nichelino, esperto di dinamiche dell’età evolutiva, con prefazione del cardinale ed arcivescovo emerito di Torino, Severino Poletto.

Un club di dementi. Vestiti con la tonaca.

L’omosessualità a più riprese, è spiegata come una malattia e un’anomalia sessuale. Come qualcosa di sporco e sbagliato.



Il Torino Pride si è subito reso contrario, chiedendo che la città prendesse provvedimenti.

Tra i primi a prendere posizione il sindaco, Giampiero Tolardo: "Nichelino da anni, e con diverse amministrazioni, partecipa, con gonfalone e fascia tricolore, alle manifestazioni del Pride di Torino. Inoltre il consiglio comunale nichelinese ha approvato, ben prima della legge sulle unioni civili, ordini del giorno a sostegno dei matrimoni e delle unioni egualitari. Crediamo che i concetti espressi nel libro dal titolo “Ti amo. La sessualità raccontata agli adolescenti” siano totalmente distanti dalla cultura promossa dalle amministrazioni della nostra città negli ultimi dieci anni. Inoltre è fuori luogo e inopportuna, la promozione di un testo arcaico alla luce delle nuove posizioni sul tema espresse dalla Chiesa cattolica, attraverso l’opera di Papa Francesco".

Ma d'altronde c'è anche chi difende la questione. Tipo Denise Barcellona, coordinatrice di Fratelli d’Italia: "Noto, con molto piacere, che non sono allora proprio tutti impazziti nella mia città. Quasi quasi domenica torno a messa. Don Paolo ha semplicemente detto la verità. Essendoci libertà di espressione e stampa, ognuno è libero di esprimere la propria posizione, qualsiasi essa sia, anche se non condivisa dai soliti noti. Sempre e solo a difesa della famiglia tradizionale". 

Ma c'è anche il Popolo della Famiglia-Piemonte esprime la propria solidarietà e vicinanza a don Paolo Gariglio. "È in atto un attacco inaccettabile non solo alla persona di un sacerdote storico che ha fatto tantissimo per i giovani e le famiglie piemontesi ma anche ad un cardinale (S. Em. Severino Poletto) che ha curato la prefazione del libro accusato di omofobia da parte del Comitato Pride di Torino. L’attacco in realtà è indirizzato alla Chiesa Cattolica, che nel Catechismo insegna che l’omosessualità è un’inclinazione oggettivamente disordinata la cui genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile (CCC, 2357). Nel campo della spiritualità il termine “malattia” non ha a che fare con la scienza ma con lo spirito. Ribadiamo ancora la nostra più convinta solidarietà e rifiutiamo fermamente le accuse di omofobia rivolte a questo grande sacerdote torinese. Popolo della Famiglia-Piemonte".

E sotto un commento per tutti: 






Perché mi sono "divertita" a inserire quasi tutti i commenti a favore? Molto semplice. Perché gente così non merita di essere a contatto con altri esseri umani, tanto meno dei ragazzini.

Io che della bandiera a colori ne ho fatto una questione di vita, rispetto, amicizia, umanità, non tollero assolutamente nulla di tutto ciò. Ogni volta che si parla di un prete pedofilo io metterei in atto la sedia elettrica senza né ma né se, a meno che non sia rivolto lo stesso "servizietto" senza tempistiche.

Ma non solo per il prete che seppur anziano che sia non può essere così pirla, ma per gente come il signore sopra che scrive: "mai sentito di atti sessuali o omosessuali da parte di don paolo! e se lo avesse mai fatto lo a fatto con discrezione e questo gli fa onore!"

Gli fa onore? La rabbia sale come la carogna.

Gente di merda. Gente che fa di questo mondo quella fascia terribile da cui scappare. E da cui spero mio figlio starà ben lontano.

Lui sa. Samuele sa che l'amore è amore. E che il rispetto di tutti viene prima di qualsiasi altra cosa.

L'ignoranza non è più accettabile. Gli stronzi ancora di meno.

Caro Don Paolo, mi auguro vivamente che anche tu esca presto di catalogo, per sempre.




26 luglio 2017

Cara amica ti scrivo... [E' bastarda questa vita quando si tratta del cuore].



Vederti così non mi fa per nulla bene. Non si può (e non si deve) morire per amore, è una cosa che non ho mai capito, anche se so che si sta male da morire.

Sì, a volte sembra di impazzire. Sarà che la persona di cui ci innamoriamo è quella che costruiamo così perfetta da amare senza interruzione.

Sarà che ci crediamo ancora nella favole e nel lieto fine, sarà che cazzo, potrebbe essere proprio a me per una volta di essere felice, no?

Ma che, scherzi?

Se non ti incasini cuore e mente non sarai mai soddisfatta. Perché gli amori semplici non sono per te: vuoi la certezza di invecchiare insieme, ma non ti basta una mano allungata.

Vuoi che l'amore sia totalizzante, contro tutti e tutto. Vuoi un divano insieme tutte le sere, una capanna dove nasconderti, una spalla su cui dormire.

Solo che sei poi finisce è un casino. E' un grande casino, lo sai. Lo sapevi già. Eppure ci sei cascata con tutte le scarpe, ma anche con le ginocchia, la pancia, le tette e il cuore.

Maledetto cuore che si è perso nei suoi occhi ancora prima che il cervello lo capisse. Maledetto.

Sembra nato per fare casini questo cuore. E di nuovo ci è riuscito. Sembrava l'amore della vita, quello tenuto nascosto, tanto sperato, impaurito, delicato, misterioso.

Non lo avevi mai provato, mai. L'impetuosità della paura e delle tue labbra sulle sue ti hanno trascinata via; e non hai proprio puntato i piedi. Ti sei lasciata trascinare.

"Io non ti amo". E hai proseguito, hai continuato a sperare. Perché la speranza è bastarda come il cuore. Come l'anima che si apre e si aggrappa a quel senso di libertà che pensi di aver trovato nelle sue braccia.

"Ti voglio bene": e cercavi un "Ti amo" nascosto. Quante volte me lo hai detto. E tutto sommato si è vestito di illusioni leggere, rapide come uno stormo che cerca casa. E nascondere le mani, i sorrisi, le carezze altrui ingoiate come se fossero veleno.

Tutto nell'ombra come se fosse sporco. Eppure tu ti sentivi così pulita e meravigliosamente felice che avresti spaccato il mondo per annunciare quelle farfalle nello stomaco. Erano tante, tantissime. E meravigliosamente colorate. Tutti dovevano sapere, perché no?

Hai cercato di capire anche il perché no. Ci hai provato, lo so. Hai tentato di sistemarti il disordine del cuore per apparire sempre composta. Mentre tutti parlavano, tu pensavi sempre e solo a quanto avresti voluto tenere la sua mano nella tua. Controvento. Sempre.

E più guardavi questo amore e più ti convincevi che eri cresciuta, eri una tosta. Finalmente avresti avuto la tua rivincita in questo mondo che non hai mai sentito troppo comodo addosso. Qualcuno che ti capiva, che ti accarezzava, che ti abbracciava.

Che stava dietro alle tue paranoie esagerate.

Ma che tu, non hai mai voluto vedere in faccia: in realtà non ti ha mai desiderata. Contorni di un rapporto tra ragazzini. Meraviglioso quando hai 12 anni e la cosa più trasgressiva che puoi fare è un bacio sulle labbra.

Ma sei un'adulta, almeno così dovrebbe essere. Le favole esistono solo nei libri dei bambini. "Mi spiace non ti amo". E i mesi passavano. E tu piangevi, ti guardavi allo specchio e iniziavi a chiederti cosa sbagliavi. Dove eri sbagliata a dire il vero.

Ci hai messo tempo, vita, lavoro, corse, massacri, litigate, rotture, ingiustizie. Ci hai messo te. Semplicemente tutta quella che eri. Ma no, le sue ali erano sempre dirette altrove. Pensieri e punti di vista differenti. Nonostante che ci sia stato del tempo, del pensiero, delle cure che sono state tutto il tuo tesoro da mettere via.

I giorni insieme, le notti in un abbraccio, le paure e le gioie.

Ma i concetti di una vita che non ha mai coinciso con la tua. La tua vita fatta di cazzate, amici, amori di una notte, tradimenti più o meno sbagliati, figli, colleghi. La sua vita fatta di singletudine, libertà, lavoro, troppo passato e poco futuro.

Eppure anche il dolore vi ha avvicinato. Almeno così è sembrato. Ma nessuno vive il proprio dolore nello stesso modo: e spesso poi, il dolore divide, non avvicina in realtà. Quanto si può imparare dalla morte? E soprattutto, quanto si può imparare dalla vita se non si cerca di viverla?

"Sei felice?" "Io non concepisco il concetto di felicità".

Avevi già pianto allora. E tanto: a singhiozzi così forti che non riuscivi a calmarti. Per te la felicità è sempre stata questo amore, prima di tutto. Eri tu che tramite questo amore ti sentivi così bella e serena da spaccare il mondo. E avresti tanto voluto sentirtelo dire che la sua felicità eri tu. Finalmente eri tu.

Poi la depressione. "Io non ti amo" è diventato un macigno. 1000 giorni in cui questo concetto è diventato un corpetto sempre più stretto. Come potevi continuare a guardare i suoi occhi sapendo che al di là c'era solo poco più che affetto?

Come un'amica qualunque suvvia. A 30 e passa anni sapevi di non potertelo permettere. Anche se i sogni vanno sempre seguiti. E' bastarda questa vita quando si tratta del cuore. Tanto meravigliosa quanto bastarda.

Ci hai creduto anche quando facevate l'amore: ci hai messo tutto l'impegno possibile e anche di più. Non è mai stato così complesso, così immensamente difficile ed estenuante; così magicamente meraviglioso. Ma nemmeno hai mai sentito quel senso di inadeguatezza che ti ha lentamente uccisa dentro.

Io ti osservavo e ti vedevo piangere. Ti vedevo piangere e scendere sempre più in depressione. Per poi iniziare a rispondere, a non accettare più, a non farcela più. Non sentirsi amati in una storia d'amore è la fustigata più grossa. Amare e non essere amati è crudele.

Lo so, lo sappiamo. Ma non lo si accetta. Le hai provate tutte, sbagliando o meno. Perché non è facile dire "chissenfrega", non è facile "morto un papa se ne fa un altro".

Tu sei di quelle che ti affezioni, che ami forte, che "è per la vita". Poi ti ha lasciato. Ha deciso che non solo non ti amava, ma litigare continuamente non andava bene. Serenità. Certo. 1000 giorni in cui tu hai provato a costruire la tua serenità sulla speranza che tutto potesse cambiare.

Che si potesse innamorare di te.

E ci hai pure creduto che semplicemente non volesse dirtelo. E giù a pregare di non lasciarti (e chissenfrega di dirlo e farsi ameba per tentare di non perdere quello per cui hai lottato così tanto). Tutti bravi a mollare il colpo, stare benissimo e via che si parte per un nuovo giro.

Ma tu (e nemmeno io), non sei mai stata una di quelle. Delle cazzate sì, ma il cuore no. 

Sembri ancora una ragazzina su questo, e ti arrabbierai quando leggerai di te, del tuo amore, dei tuoi difetti e delle tue fragilità.

Ma vedi, io volevo dirti che sei bella così. Sei bella quando sogni, sei bella quando piangi perché sei vera, sei bella quando sai ancora ridere di te stessa.

Non sei sbagliata come pensi, non sei solo tu in errore, non eri una frana in quei giorni passati a letto. Ci hai provato, capita di non riuscirci. Ma ci hai messo tutto ciò che potevi. L'amore purtroppo va.

A volte va. Se non è amore poi, prende il primo aereo disponibile senza tanti pensieri, perché un no continua a restare tale.

Ce la puoi fare. Smettila di piangere, asciugati le lacrime (anche se ci sono io a farlo insieme a te), abbi il coraggio di guardarti ancora allo specchio. E di vedere solo te. Cerca di (ri)volerti bene. Continua a farlo.

A prescindere da questa storia. Le tue lacrime valgono tutto il tuo dolore (ogni momento della vita ha dei dolori a sé impossibili da giudicare), ma tu vali tutta la tua vita di felicità. Tu credi nella felicità.

Ci saranno altri lidi da esplorare: la musica, la pittura, la lettura... Lascia perdere il cuore. Fallo riposare. Ha bisogno di un divano, una birra fresca e uno di quei film che ti piace tanto.

Guardami: sorridi. Sei così bella quando sorridi. Continua a farlo, non fermarti.

E se non tornerà mai, vuol dire che quel "Non ti amo", era proprio così.

Ti voglio bene.


25 luglio 2017

Un cane per i cardiopatici: gli animali sono sempre più importanti



Che la pet therapy sia ormai uno degli aiuti fondamentali per la cura di alcune malattie (per esempio quelle mentali), ormai è noto.

Ma che sia un valido aiuto anche in caso di patologie cardiovascolari e problemi cardiaci è l'ultima affermazione dello studio Pet ownership and cardiovascular risk, pubblicato sulla rivista scientifica Circulation che lo ha dimostrato con dati e test sperimentali.

A supportare questa tesi, c'è un altro lavoro presentato recentemente a Dallas durante il meeting dell'American heart association, dove sono stati presi in esame 76 pazienti cardiopatici ricoverati in ospedale, a cui facevano regolarmente visita volontari accompagnati da animali domestici.
Controllati poi attraverso un esame del sangue per verificare i livelli dopo questi incontri, si è scoperto avessero i livelli di ansia diminuiti del 24%.

Ma anche di vivere meglio la situazione poco tranquilla del ricovero ospedaliero abbassando lo stress e migliorando l'umore.

In Italia, sulla base di questi studi, il Centro Cuore degli Istituti di Ricovero e cura Seni-Sanità di Malpensa, ha iniziato a usare la pet therapy per i proprio pazienti, in collaborazione con Animal's Emercency Onlus, una delle associazioni lombarde che si occupano di accudire gli animali abbandonati.

Charlie finalmente morirà (e no, non è stato anche figlio tuo): quando il silenzio non c'è

Qui è dove Lorenzo si è fatto una quintalata di cacca addosso. Natale 2003. Avevo 29 anni. 


No, non è questione di essere stronzi. Cristiani e cattolici che hanno pregato per lui, sono ben altra cosa rispetto alla scienza.

Quella specifica, quella tecnica, quella che sa quanto siano maledette malattie genetiche come la sindrome da deplezione mitocondriale: talmente rare che la ricerca non ha soldi da investire in merito.

Ma talmente rare che nonostante ci siano malattie genetiche di cui uno su 60 è portatore sano (rare????) come la SMA, nessuno ti fa un semplice prelievo venoso per sapere se sei portatore sano. Dopo, nel caso, dopo.

"Signora, per sapere di essere portatrice sana, almeno uno in famiglia doveva morire". Certo, grazie dottore di avermelo detto a una settimana di distanza dalla morte del mio bambino.

Eppure in America queste cose le studiano, vero. Famiglie SMA è una potenza oltre oceano. Ma non si hanno cure, no, non si hanno ancora cure. Sperimentazioni, miglioramenti (ipotetici), studi che aggiungono un pezzettino, ma tutto in forse.

[All'origine della lettera c'era il trattamento messo a punto da un autorevole specialista americano, il professor Michio Hirano della Columbia University di New York. Un trattamento tuttavia mai sperimentato su esseri umani e nemmeno su topi di laboratorio, ma soltanto "in vitro", su cellule in laboratorio. Lo stesso professor Hirano, visitato Charlie a Londra nei giorni scorsi e controllati gli ultimi esami, ha concluso che la sua cura sperimentale, per la quale avrebbe dovuto comunque ottenere l'autorizzazione d'urgenza delle autorità sanitarie Usa, non avrebbe più avuto senso.]

Perché parlo della SMA?

Semplicemente perché la conosco meglio. Lorenzo è stato portato via a 24 giorni da questa malattia. Nessuno di noi due ne sapeva nulla. Peccato che facciamo parte di quell'uno su 60 tutti e due.

Lorenzo è morto intubato, che non si muoveva, nutrito col sondino, immobile. Tenuto in vita finché il suo corpo non ne avrebbe avuto forza. Ci hanno chiesto nel caso di una crisi respiratoria se avessimo voluto tracheotomizzarlo. No, la risposta è stata no. Niente accanimento terapeutico.

Ma chiunque abbia detto che solo i genitori avrebbero potuto prendere una decisione, non ha poi così tanta ragione. Ci sono momenti in cui non sai, non capisci, non VUOI capire.

Hai davanti il tuo bambino, quello che ha vissuto nella tua pancia 9 lunghi mesi, che hai amato, che hai tanto desiderato, l'unico che hai (mi pare che questa cosa sia stata simile). Daresti un rene, un pezzo di polmone, il fegato, se solo potessi farlo sopravvivere. Ci sono giorni e giorni di lacrime, dolore, sofferenze.

E quell'egoismo di fondo che non ti permette di ragionare. Perché no, Charlie o Lorenzo, poco cambia il nome, non ce la faranno ad avere una vita.  

Ne subito, nè dopo, nè poi. Anche se non vuoi accettarlo. E non è questione di tempo: è questione di malattia, nemmeno di cuore. Il cuore può davvero poco in alcuni casi. La scienza non arriva a tutto, purtroppo. La sperimentazione nemmeno.

C'è chi dice che si cura solo con la positività: beato lui che ci è riuscito, perché a mille altre persone la positività non è proprio servita a nulla. Ci sono cose che la legge umana bastona a più non posso: bibitoni, staminali, magie e rituali più o meno "regolari", non possono salvare le vite. Questione di culo? Forse sì, nella vita si sa che ci vuole culo.

Quando il mondo crolla, crolla e basta. E tu sei sotto quelle macerie così pesanti da schiacciarti anche la mente. E allora hai bisogno di aiuto: per capire, per accettare, per sentirti dire "hai fatto bene". Per non crollare. E ci devi credere.

13 anni fa, quando ci parlò il primario di Terapia Intensiva Neonatale del Niguarda di Milano, lo mandai a cagare come finemente so fare. Dopo una settimana ad attendere di capire cosa avesse, per dirci che aveva la SMA 0 (quella più forte), ci siamo trovati di fronte un medico assolutamente incompetente nei rapporti umani, che sono forse la cosa più importante in quei momenti. Troppo spesso anche loro pensano di avere di fronte persone ignoranti.

E non è perché ti dice che tuo figlio sta per morire come se dovessi comunicarti che ha la febbre, ma perché sentirsi stupidi quando stai affogando in un mare di merda, non è proprio il massimo.

Ma hanno preso le persone sbagliate.

Ricordo di aver passato notti a informarmi sulla malattia di Lorenzo: notti al pc e sui libri, nonostante un cesareo praticato d'urgenza e senza anestesia (visto che non aveva preso), perché sì, quando si tratta di tuo figlio è vero che spaccheresti il mondo. E rispondi. Perché se sei un Primario, cazzo, almeno abbi il buon gusto di saper parlare e relazionarti.

Sopratutto riguardo a un esserino che non può fare nulla e tanto meno parlare.

Non è che noi ci abbiamo rinunciato subito, non è che ci siamo fermati lì. Non siamo arrivati all'alta Corte d'Appello o come cavolo si chiama, ma in quei pochi giorni abbiamo tentato di capire se mai ci fosse stata una cura in qualsiasi parte del mondo umano e non.

Come vi assicuro, tutti i genitori in quella terapia intensiva di cui siamo diventati una famiglia.

Ma oltre i medici stronzi, ci sono medici dal cuore grande e infermieri che sanno come aiutarti: poche ore in quel maledetto reparto, ore di attesa fuori per entrare poco tempo e stare lì davanti a una culla termica dove puoi inserire solo una mano. Dove ne vedi di ogni. Spine bifide, prematuri grandi quanto una tua mano, tumori, esofagi non completi.... e non tutti ne escono. Poi capita che dopo un giorno intero entri e lo vedi tutto storto e muori ancora un po' di più, perché tanto le urgenze sono talmente tante che quando lo fai presente "fa nulla, tanto non si muove".

Cazzo! Fa nulla niente! E' mio figlio! E ha un braccino tutto messo storto! E giù a piangere.

E glielo sistemi quel braccino attenta a non staccare tutto quanto.

E avere la dottoressina di turno che si sta specializzando girarsi e dire: "E' ancora qui questo qui?", mentre tuo marito entra per salutare suo figlio e non ha nemmeno la forza di dirle qualcosa visto che un'urgenza quel giorno ci ha fatto entrare solo per pochi minuti nonostante tutto il pomeriggio passato lì.

[No, non l'ha passata liscia quella stronza e peccato che non fossi io quella ad entrare se no avrebbe fatto una bruttissima fine fin da subito].

E poi arriva la bambina con metà cuore: è urgente! Ma i posti in Intensiva sono full e allora ecco che Lorenzo viene spostato in sub intensiva. Certo, ricordo ancora le mie parole: "Se lei può salvarsi, salvatela, ma non lasciatelo solo".

E in Sub Intensiva sono troppi, Lorenzo non è un malato da Sub, deve essere costante monitorato. E Lorenzo in Sub ha delle crisi bradicardiche, il cuore fa le bizze, inizia a stare male. Ma non c'è nessuno perché sono di là. E io piango, urlo dentro talmente forte che mi si spacca la testa.

E guardo quel cazzo di monitor che suona, suona, continua a suonare e i battiti crollano....

Me lo stanno lasciando morire da solo. Mi incazzo, litigo, Lorenzo lo riportano in Intensiva. Almeno che non rimanga solo, che sia controllato fino alla fine visto che io non posso restare 24 ore qui. E piango ancora ora, a saperlo così. A non aver potuto fare nulla.

Avrà sofferto? Tecnicamente io non sono un medico, non lo posso sapere: ma provate voi a essere intubati, non potervi muovere mai, le piaghe, avere più di un crollo cardiaco (poi le cartelle cliniche ti dicono tutto a differenza dei medici, sappiatelo se per caso vi sfugge). La terapia del dolore esiste e viene costantemente usata, non prendiamoci in giro. Chi dice stronzate non ci è mai passato, grazie a Dio per lui.

Tutti a parlare, pregare, mandare soldi (che poi ora voglio proprio vedere se li useranno per una onlus), invece di capire che la perdita di un figlio è un massacro di una vita all'incontrario.

Tu esci e vedi tutti i bambini felici, le carrozzine, le mamme al parco. Mentre tu vai avanti e indietro in quel posto che odi ogni giorno di più.

Qualcuno ha scritto che la mia era una spettacolarizzazione di un dolore personale: la loro no? C'era bisogno di tutta questa pubblicità per arrivare a capire che il piccolo Charlie doveva volare via? Per lui, non per loro. Per il suo non essere un bambino, non per un egoismo che io stessa ho avuto con il mio Lorenzo.

Ne abbiamo parlato qui:



Lo guardavo ogni giorno e pregavo Dio per lasciarmelo: anche così, anche con una vita di merda (perché non mi sono mai sentita in grado di potergli dare una vita adeguata in una situazione simile, non per altro), davanti per lui e per noi. Chiariamo, se Lorenzo avesse potuto vivere o sarebbe stato sottoposto ad accanimento terapeutico senza il mio consenso, lo avrei voluto, gli avrei dato il massimo, anche se il massimo sarebbe stato massacrarsi dietro a un battito di ciglia per sapere se stava bene. Nulla di più. Lo avrei portato in capo al mondo, io che ho anche paura di volare.

Ma è un figlio e in quei momenti tu non ragioni, non puoi essere lucida.

Ma quella non è vita. Non lo è. Per nessuno. Il mondo non è in grado di gestire situazioni simili.

Magistrati bastardi? Forse ai tempi lo avrei pensato anche io, ma forse anche no visto che ho scelto con estrema sofferenza un'altra via. Consigliata, studiata, percorsa insieme a suo padre e ai miei genitori.

Lorenzo aveva gli occhi belli, sani, vispi, di quelli che parlano. E' tipico dei bambini con SMA, con quelle malattie bastarde che ti massacrano il fisico ma non la mente. Ancora peggio, la lucidità di essere in un corpo di marmo. Era Natale, siamo arrivati a Natale. Lorenzo è nato l'8 dicembre 2003. L'infermiere si è preso la responsabilità (chiedendo il consenso al medico), di farmelo prendere in braccio.

Lorenzo avrebbe dovuto morire e io non avrei nemmeno potuto prenderlo in braccio. Perché se fosse capitato qualcosa sarebbero stati guai. Perché ci sono regole in ospedale che salvaguardano il paziente prima che la voglia di essere genitori. E giusti o sbagliati che siano ci sono. A malincuore alcune volte.

Era talmente pesante (a peso morto), che non ho resistito più di 40 minuti (non sapevo dove appoggiarmi e c'era una sedia normale su cui stare): si è fatto la cacca addosso Lorenzo, per dirmi che sentiva la sua mamma: finalmente in braccio. 40 minuti pieno di cacca e quegli occhi e il suo profumo addosso. Finalmente addosso. E non avrei voluto lasciarlo, rimetterlo a posto, avrei voluto avere la forza di un gigante, che purtroppo non ho avuto.

Il tempo è troppo corto alcune volte. Troppo.

La cacca addosso è stato un fattore positivo, non so quanto si possa capire la disperazione in cui si sta in quei momenti. E quanto la mente non sia in grado di capire le cose. Avevo preparato la cameretta in quei 9 mesi, abbiamo chiesto anche noi di portalo a casa, mica solo loro.

Non avrebbe resistito due secondi senza ventilazione indotta: ci hanno provato a staccarlo, proprio non ce la faceva il mio cucciolo. Ma ogni giorno ci sembrava che un ditino riuscisse a muoverlo, che avesse sorriso, che quel piedino era in posizione diversa. La mente umana ha tanta di quella speranza da vendere...

E chissà invece quanto avrebbe voluto lui essere in braccio, piangere, toccare le cose, muoversi.... lui. Non noi.

Era il 31 di dicembre. Da terapia intensiva alle 20 credo si debba uscire. Non ricordo benissimo ma ci sono orari strettissimi: stava arrivando l'anno nuovo. Il 2004 da lì a poche ore sarebbe arrivato. Eravamo io e lui, mio marito era fuori come da turnazione. Lorenzo e io ci guardavamo con amore per quanto possibile con un bambino di 24 giorni così malato (la testa crea fantasie inenarrabili quando si trova di fronte a drammi simili).

Lo guardavo e sentivo che avrei dovuto lasciarlo andare. Eravamo io e lui mentre il mondo fuori si stava preparando a festeggiare l'arrivo del nuovo anno. Il mio egoismo (seppur buono) di mamma, doveva smettere di tenerlo in una situazione così. E così ho salutato il mio bambino, ricordo ancora di avergli detto: "Scusami amore, mamma non ha saputo salvarti nè proteggerti. Vai, se devi andare, io starò sempre con te".

Ho passato la serata da amici a piangere, da mamma sapevo che Lorenzo avrebbe spiegato le sue ali di angelo, aspettava solo che lo lasciassi andare, non c'è stato bisogno di staccare la spina.

Le mamme sanno. Sempre. Prima di tutto.

Alle 14 del giorno dopo ci hanno chiamato da Niguarda: la situazione era precipitata.

Siamo arrivati che Lorenzo aveva spiegato le sua meravigliose ali: era bellissimo senza tubi, acrocchi, fili e milioni di cose appese ovunque. Aveva il viso sereno, meravigliosamente sereno. Era bellissimo il mio bambino con la tutina nuova che gli avevo comprato e il gilerino che gli avevo fatto io a mano.

"Se volete chiudiamo Intensiva per tutto il tempo che desiderate stare con lui".

"Assolutamente no, spostatelo in un posto dove poterlo salutare con calma, ma fuori ci sono tutti i genitori che aspettano come abbiamo fatto sempre noi, io non gli voglio negargli il diritto di stare anche solo un'ora con il loro bambino".

Mancano molte cose, troppo difficile raccontare tutto. Spiegare cosa vuol dire esserci dentro.

Scegliere una mediaticità che non capisco. Arrivare a una scelta così dolorosa che in troppi non capiscono e si permettono di commentare.

Ieri su Facebook dove ovviamente come sempre sono tutti tuttologi, ho letto quest'ultima cosa: "Addio piccolo Charlie: sei stato anche figlio mio".

No, non è proprio figlio di nessuno se non dei suoi genitori. Tra pochi mesi tutti avranno dimenticato. E per me una persona cara non muore se si mantiene vivo il suo ricordo. Ognuno guarderà il suo bambino sano e proseguirà con la sua vita senza nemmeno più sapere chi è Charlie. O Lorenzo, o Matilde. Solo noi continueremo a convivere con quel dolore che ti spacca ancora dentro a distanza di anni. Solo le famiglie che lo hanno vissuto: mamme, papà, sorelle, fratelli, nonni.

Chi scrive ciò è ridicolo. Egoista e ridicolo. Farebbe meglio a stare zitto. E io sono assolutamente per le discussioni e i confronti, ma non per le sdolcinatezze melense prive di fondamenta.

Silenzio.

Ciao Charlie, io non ho più avuto un gran buon rapporto con Dio da quando Lorenzo non c'è più, ma finalmente andrai lassù dove spero potrai giocare come tutti i bambini. Dove non sentirai più dolore, dove potrai assaporare un abbraccio o un bacio e correre a perdifiato.

E farti fare le fusa da un gattino o lanciare un legno a un cagnolino.

Perdonatemi se per me la visione è rimasta così infantile e poetica.

A volte la vita, è solo questione di sopravvivenza.

E di egoismi che diventano meravigliosi disegni acquerellati.


N.D.R. Perché sono così accanita su questa cosa? Perché di storie ne avete sentita una al telegiornale, ma fatevi un giro in Intensiva Neonatale. Ogni santo giorno ci sono mamme e papà che lottano con la vita dei loro figli. Dai più minuscoli che sono lì, alla Pediatria: dai cancri più bastardi, ai prematuri che purtroppo non ce la fanno. Alle malattie non curabili, a quelle che invece sì ma non saranno più gli stessi. Fatevi una cultura prima di parlare e parlare. 

E pensate a loro, alla sofferenza, ai sorrisi che mancano e a come saperli accompagnare dignitosamente. 

Silenzio. Ora anche per me. 


5 modi per trasformare l'ansia in un'alleata




L'ansia è attualmente una delle "malattie" più diffuse e non solo in Italia.
In alcuni casi è talmente forte ed emotivamente bloccante, da rovinare la vita odierna delle persone. Ma se provassimo a utilizzarla come alleata e non come nemica?
Ecco 5 modi che ci aiuteranno a "spostare" il problema (quanto meno proviamoci).

1. Utilizzare l'ansia per il successo

Il luogo di lavoro è uno dei peggiori in quanto a rilascio ansiogeno. Spesso purtroppo si è vittime più o meno inconsapevoli di spinte non proprio rassicuranti, fino a cadere in una vera e propria forma di mobbing.
Ma quando l'ansia non arriva a livelli conclamati, è possibile utilizzarla come motivatore che vi aiuti a raggiungere i vostri obiettivi di carriera. Il perfezionismo spesso può essere vantaggioso per dare il massimo e fare al meglio il proprio lavoro. Questo dovrebbe portare a incanalare l'ansia in una progettualità che vi farà concentrare sul futuro.

2. Usare l'ansia come uno sbocco creativo

Quante volte è capitato di girare per casa in cerca di una motivazione e cercando di scrollarsi di dosso quel senso fastidioso di ansia. (Magari senza nemmeno avere un perché valido).
Incanalate queste sensazioni nel fare qualcosa che vi piace: cucinate, suonate uno strumento, dipingete. Evitate di pensare che siete "vittime" di un attacco di panico. Se tentate di distogliere l'attenzione da questo stritolamento, vi accorgerete di farcela. La mente è un potente strumento per superare i momenti difficili. Dovete riuscire a gestirla nel modo migliore.

3. Utilizzare l'ansia per la crescita

Il disagio, spesso, è una forza meravigliosa per numeri psicologi. Perché senza, molti non avrebbe raggiunto nessun livello. Ovviamente non deve arrivare ad essere "bloccante". Fermatevi prima, utilizzate l'ansia e i sentimenti che vi disorientano per conoscere voi stessi e capire i propri limiti.
Sfruttando questa energia riuscirete a lavorare per voi, non contro di voi.

4. Condividi l'ansia con le persone che ti vogliono bene

Non imbarcate acqua da soli, rischiate solo di affogare. Gli amici, i familiari, i medici sono e devono essere un aiuto prezioso per rendersi conto del problema. Chiedere aiuto non è sinonimo di debolezza. Anzi.
E' voler rinascere, vivere e far vivere chi vi circonda, al meglio delle vostre possibilità. Non abbiate timori.

5. Utilizzare l'ansia come amica

A volte l'ansia non è altro che un avvertimento su un cambiamento che deve avvenire. Seppur fastidio, è un campanello d'allarme che può aiutare a cambiare la propria vita in meglio.
L'auto-riflessione è un momento importante nella vita di ognuno di noi, permettendoci di gestire al meglio le situazioni più difficili.

14 luglio 2017

5 modi di ridurre l'ansia



Costantemente afflitti da ansia? Non andate in crisi, sembra che chi ne soffre, addirittura viva più a lungo degli altri.
Forse perché chi soffre di una maggiore ansia porta ad essere più attivi e attenti alla propria salute. Anche se bisogna comunque tenerla sotto i livelli di conseguenze più gravi (come depressione o malattie da stress).
Come fare? Ecco 5 consigli per provarci.

1) Affronta le tue paure

Il modo migliore (non il più facile, sia chiaro), per affrontare la propria ansia? Affrontare le proprie paure. Tentare di immaginarsi ciò che ci rende ansiogeni e mettersi nella condizione di saperlo comunque affrontare se e come arriverà.
Tentare però di non continuare a pensarci, sarebbe l'ideale.

2) Limitare il tempo dei pensieri negativi

Smetterla di rimuginare sul problema è forse l'unica soluzione sensata per non avere paura ed essere soffocati dall'ansia. Dare un tempo preciso è abbastanza ridicolo, quindi cercate di spostare il più presto possibile la vostra concentrazione su situazioni positive.

3) Respiri profondi (e nel caso una bella sudata)

Il respiro è uno degli aiuti più immediati e validi per tentare di abbassare la soglia di ansia. Senza nemmeno arrivare allo yoga, prendete fiato. Se potete, aggiungeteci una passeggiata o una corsa o una qualsiasi attività fisica che vi faccia sciogliere la tensione.

4) Consultare il medico

Non abbiate paura di consultare il vostro medico rispetto a questa sensazione di ansia che vi pervade. E' la persona giusta per aiutarvi (con o senza farmaci), a ritornare le persone serene che siete sempre state.

13 luglio 2017

In USA è allarme "pillole alla placenta"



Una nuova moda sta attraversando tutti gli Stati Uniti, grazie anche al solito supporto (non sempre positivo), di star come Kim Kardashan e Alicia Silverstone.

Sembra che tra le mamme ci sia il "vizio" di mangiare la placenta umana esiccata in pillole. Secondo alcuni, invece di smaltirla nei rifiuti, assunta cruda o esiccata ridà molte delle proprietà con cui ha accompagnato la crescita del bambino. Tra tutte ferro e ormoni, ma anche aiuto nel riprendersi più in fretta dopo il parto.

Ma sembra non sia così sicura: pare abbia causato una ripetuta infezione da streptococco del gruppo B in un bebè: la vicenda, descritta sul 'Morbidity and Mortality Weekly Report' dei Centers for Disease Control and Prevention (Usa) è subito rimbalzata sulla Cnn.

Al piccolino, nato lo scorso autunno, è stata trovata un'infezione da streptococco B (infezione grave che può causare sepsi, polmonite e meningite), e solitamente viene trasmessa dalla madre. Curato e dimesso, la settimana dopo è stato ricoverato di nuovo: stesso problema.

Essendo un caso particolare, hanno provato ad analizzare il latte materno, che si è rilevato negativo; i sospetti si sono spostati sulla placenta. E in effetti hanno scoperto che la mamma assumeva due pillole tre volte al giorno di placenta essicata che si è rivelata positiva per lo streptococco del gruppo B.

Non è stata identificata l'azienda produttrice e potrebbe anche essere avvenuta la trasmissione attraverso un altro membro della famiglia, ma sembra la via meno certa.

Se la placenta non viene cotta a temperature abbastanza elevate per uccidere i batteri scoperti nelle pillole, la questione si fa preoccupante. Situazione che dovrebbero conoscere le mamme e non assumerla.

06 luglio 2017

E anche Belen... ha i peli! La (non perfezione) che diventa tale



Altre chiacchiere estive che a noi gossippare ci piacciono tanto.

Altra polemica social sfociata su Instagram: ovvero i peli di Belen. Che in una rara foto si presenta struccata e con una peluria bionda quasi invisibile, che viene invece attaccata da molti.


Un post condiviso da Belén Rodriguez (@belenrodriguezreal) in data:

 Nonostante la sua indiscussa bellezza, i commenti si sono fatti infuocati:

"Belen, perché hai tutti quei peli sulle gambe e sulle braccia? Sono schifosi"

"Ma....i peli facciamoli...però! Oppure non va' più di moda...😒😒😒"

La risposta non è arrivata a tardare: "Perché sono sudamericana e quindi, come tutte, lascio la peluria bionda. I peli spessi ovviamente li rimuovo con la ceretta, ma i peli biondi sono bellissimi perché mi rendono dorata! Le culture sono differenti e poi detesto la ceretta sulle braccia perché poi pungi".

Certo che su di lei anche i peli biondi vanno benissimo (che poi dovete spiegarmi quando mai li abbiamo visti anche su di lei). Mille commenti di supporto, appoggio, meraviglia, splendore.

Fosse stata una donna qualunque, si sarebbero sprecate le offese. No?

[E comunque se voi nella foto riuscite a vederli, complimenti! ]


 

05 luglio 2017

L'amore è cieco: Ambra e Allegri insieme. Mini considerazioni su quanto l'amore possa (davvero) essere "bello dentro".


Ammettiamolo, questo gossip sta risvegliando gli animi rispetto a una storia che sembra assurda.

Ambra Angiolini starebbe con Allegri, l'allenatore della Juventus, il tecnico livornese di quasi 10 anni più vecchio di lei e non proprio aitante, ammettiamolo.

Il settimanale "Chi", spara in cover una storia che pare ormai già "vecchia" di almeno un mese. Ma la domanda sorge spontanea: dopo Renga (si quel Renga che ci piace tanto, quello che ha i capelli talmente assurdi da essere fighissimo, quello che canta l'amore eterno...), vince davvero il "bello dentro"?

Lui, single da dicembre dopo 4 anni di matrimonio non finito benissimo con Claudia, amma del piccolo Giorgino, separato da Gloria, da cui nel ‘95 ebbe la primogenita Valentina, dopo aver abbandonato sull'altare a 24 anni la promessa sposa Erika, aver avuto una lunga relazione con la play-mate Gloria Patrizi (😰) e un flirt con Barbara D'Urso (😳); lei dopo la separazione con Francesco, le varie depressioni, le prove con Pier Giorgio Bellocchio e il modello trevigiano Lorenzo Quaglia, pare si sia persa proprio tra le braccia di Massimiliano.

Che proprio così fedele, a quanto pare, non sembra.

Il weekend di passione a Porto Ercole (Grosseto), dove sono stati immortalati insieme su un lettino dell'hotel 'Pellicano' e con la mano morta di lui su una delle chiappe di lei, pare non abbiano dubbi nel merito.

Quando si sono incontrati lei era impegnata sul set a Torino del film "La verità, vi spiego, sull'amore" ed è stato nel modo più classico delle storie: a una cena.

Si sono incontrati a Milano a metà giugno, prima a cena in un noto ristorante del centro, poi hanno passato insieme una lunga notte al Western Palace, dove hanno passato chiusi in camera l'intera notte e il martedi successivo.

Quindi oltre alla turbolenza in quota, tutti parlano dell'estetica di lui rispetto a quella di lei.

La storia che la principessa sceglie il principe sfigato ma pieno di soldi? Lui tra donne e donnette, lei tra un ex marito che comunque continua a gestire con un livello di elevata educazione (nonostante i tradimenti, pare), e piccole storie tenute più che nascoste.

Allegri ha qualche dote nascosta?

La ragazza di Non è la Rai è cresciuta, lo sappiamo. Eppure nonostante la sua fragilità, pare crederci. Almeno sicuramente nel sorriso di quelle foto.

E qui, anche se incredula, tifo per lei. La serenità prima di tutto, l'amore è cieco, ma poco importa.

Basta che funzioni.

Pagella ed esami passati? Ecco il regalo (economico) perfetto per tuo figlio (il mio ha fatto i salti di gioia)




Samuele non ha voglia. Semplicemente quello; che poi quel semplicemente sta come le fragole a uno allergico. Ma la prima media è andata. Pagella discreta, qualche buon voto, alcuni come li definisco "inutili". Cuore di mamma, ha deciso, tuttavia, che un regalo ci sarebbe stato.

Gli anni più o meno "impongono", e lo dico tra virgolette, la tecnologia. Non fosse per altro che per quanto mi riguarda, chi ne è escluso, è ormai escluso dalla vita reale.

E nel magico mondo dei telefonini come distinguersi sia per originalità che per otttimizzazione della funzionalità? Scartate a priori i top brand, troppo cari per quasi 12 anni.



Prendete però delle luci (una mini disco portatile), un ottima fotocamera, energia pura e massimo divertimento. Shackerate il tutto ed ecco Alcatel A5 LED, con cover interattiva e personalizzabile.

Un colore diverso per ogni notifica: chiamate, messaggi, sveglia e social. Ma con la funzionalità Light Show preinstallata, è possibile creare la sequenza di colori LED personalizzata, da associare ad un singolo chiamante, ad un gruppo o alla notifica che preferisce.

Grazie alla funzione Color Catcher, è possibile catturare con la fotocamera dell' Alcatel A5 LED i colori circostanti o quelli di un’immagine presente all’interno della galleria e personalizzare sia la cover che il display. I LED possono anche muoversi a ritmo di musica, mentre ascoltate il vostro brano preferito, creando ogni volta un gioco di luci diverso.




Connettività 4G LTE e processore Octa-core migliorano l’usabilità e le prestazioni, rendendo più fluido l’utilizzo della fotocamera da 8MP (13MP interpolato) con flash dual-tone , delle app di gioco e la visione di film, sul display HD da 5,2”. E sper i selfie con gli amici, include il software Face Beauty, per immagini impeccabili e volti senza imperfezioni, e Face Show, che permette di trasformare i propri selfie in video clip personalizzati per un divertimento ancora più grande.

In caso di scarsa luminosità, la fotocamera frontale da 5MP (8MP interpolato) riesce a fare selfie nitidi e luminosi, anche perché il design ergonomico e gli angoli arrotondati stanno perfettamente nella mano.

Il prezzo consigliato è di 209,00€. All’interno della confezione sono presenti una cover LED e una aggiuntiva Metallic Balck o Metallic Silver.


E se volete vederlo all'opera, eccolo qui: una vera chicca per i ragazzi!





Alcatel A3 XL: il cellulare dalla grande anima




C'era una volta Alcatel. Quanto meno quando io ero ragazzina, era un marchio (come si dice ora più elitariamente, brand) molto conosciuto. Poi c'è stato uno spazio temporale buio, dove non se ne è più sentito parlare.

Li ho provati i nuovi prodotti Alcatel, e devo dire la verità che da donna, mi sono trovata decisamente bene. E trovo ci sia una qualità prezzo davvero unica nel genere (se non volete andare sui cinesi).

L'ultimo prodotto in arrivo sul mercato è l'Alcatel A3 XL, che ha un display di tutto rispetto: HD da 6 pollici. Colori brillanti, design raffinato e una riproduzione del suono nitida, per una sorprendente esperienza d’uso; tecnologia di altissima qualità con il sensore per il riconoscimento delle impronte digitali e la connettività 4G super veloce.

E’ leggero e comodo da portare con sé in ogni occasione e permette di fare foto e video sempre perfetti.



Ma il focus è tutto nello schermo: ideale per giocare, guardare film e scattare foto e selfie. Oltre all’ampio e brillante schermo HD IPS, Alcatel A3 XL garantisce un’incredibile nitidezza del suono. Tecnologia all’avanguardia Sicurezza e connettività sono due delle caratteristiche più importanti quando arriva il momento di scegliere un nuovo smartphone.

Per questo Alcatel A3 XL è dotato di un sensore per il riconoscimento delle impronte digitali, in modo da garantire la sicurezza dei file personali all’interno del proprio telefono. Grazie a questa tecnologia, è inoltre possibile sbloccare il telefono con un solo tocco, rispondere rapidamente alle chiamate, scattare fotografie e accedere velocemente a tutte le applicazioni preferite.

A3 XL è lo smartphone perfetto per immortalare qualsiasi momento con le due fotocamere, quella frontale da 5MP (8MP interpolato) e quella posteriore da 8MP (13MP interpolato). Grazie al doppio flash le foto sono sempre chiare e nitide, sia quelle scattate di giorno che quelle scattate in situazioni di scarsa luminosità. Alcatel A3 XL è disponibile nei negozi delle migliori catene di elettronica di consumo al prezzo consigliato di 189,00 €.

04 luglio 2017

Malattie autoimmuni: la Tiroidite di Hashimoto ha un rischio di 5 volte superiore, di sviluppare una seconda malattia autoimmune




Le malattie autoimmuni sono causate da errori del sistema immunitario, che aggredisce cellule dei tessuti sani invece di attaccare i nemici, virus, batteri, ecc. che l’organismo può ospitare. Possono colpire un solo organo o organi diversi anche nello stesso soggetto e in genere la causa non è nota.

"Una delle malattie autoimmuni più comuni è la tiroidite di Hashimoto che si riflette con una sintomatologia che va dall’ipo o all’ipertiroidismo o anche non avere necessariamente avere una sintomatologia evidente", spiega Michele Zini, Centro Malattie Tiroidee dell’IRCCS Arcispedale "S. Maria Nuova" di Reggio Emilia e membro AME, Associazione Medici Endocrinologi.

Un recente studio, pubblicato sulla rivista Autoimmunity Reviews, ha dimostrato che i pazienti con tiroidite autoimmune sono esposti al rischio di sviluppare nel tempo altre malattie autoimmuni in misura maggiore rispetto alle persone non colpite da tiroidite autoimmune. Le malattie autoimmuni sono state rilevate nel 19.5% dei pazienti con tiroidite autoimmune, e solo nel 3.9% dei controlli. Questo significa che avere una tiroidite autoimmune conferisce un rischio 5 volte maggiore di sviluppare una seconda patologia autoimmune oltre alla tiroidite.

Le malattie autoimmuni più frequentemente associate alla tiroidite indicate dallo studio sono la gastrite cronica autoimmune, la vitiligine, la artrite reumatoide, la polimialgia reumatica, la celiachia, il diabete mellito tipo 1, la malattia di Sjögren, la sclerosi multipla, il lupus eritematoso sistemico, la sarcoidosi.

Il problema può essere visto anche da una prospettiva diversa, e cioè arrivare alla diagnosi di tiroidite autoimmune partendo da altre patologie autoimmuni. Questo ha importanti ricadute pratiche, ad esempio, tutti i pazienti con diabete mellito tipo 1 devono essere periodicamente testati per valutare la funzionalità tiroidea e la formazione di anticorpi antitiroidei, soprattutto i bambini diabetici. I pazienti con malattie reumatologiche autoimmuni dovrebbero essere periodicamente valutati per cogliere la presenza di una tiroidite autoimmune, così come i pazienti con le altre patologie autoimmuni più frequentemente associate alla tiroidite. Il riconoscimento di una tiroidite autoimmune è semplice: bastano due test di laboratorio (TSH con metodo reflex e anticorpi anti-tireoperossidasi), eventualmente seguiti in caso di risultato patologico da una ecografia tiroidea.

Nella pratica clinica, l’endocrinologo e i medici di medicina generale terranno presente la possibilità che una seconda malattia autoimmune si manifesti nei pazienti con tiroidite autoimmune di Hashimoto, soprattutto in coloro che ne hanno una suscettibilità genetica: eventuali sintomi, dati di laboratorio, famigliarità possono essere indicatori per la ricerca di altre patologie autoimmuni.

Se, in teoria, sembrerebbe ragionevole ricercare attivamente la presenza di malattie autoimmuni in tutti i pazienti con tiroidite di Hashimoto, cercando di identificarle in una fase precoce quando ancora non hanno dato sintomi, al lato pratico, la numerosità delle possibili patologie autoimmuni rende molto difficile questa ricerca, che comporterebbe il ricorso a numerosissimi test di laboratorio ed esami strumentali. Inoltre, anche quando fossero colte in una fase iniziale, non è possibile mettere in atto una vera e propria prevenzione, cioè non si riesce ad evitare l’insorgenza della malattia conclamata.

Non esiste una manifestazione clinica comune a tutte le malattie autoimmuni, e i sintomi, i disturbi e le conseguenze cliniche delle malattie autoimmuni sono quelle specifiche di ogni singola patologia. Analogamente, non esiste un trattamento comune unico per tutte le patologie autoimmuni, ma ognuna viene trattata con farmaci e schemi specifici. E’ vero che per molte malattie di questo gruppo si ricorre a farmaci che sopprimono il sistema immunitario, ma i singoli farmaci, gli schemi, i tempi, le dosi e le associazioni sono stati studiati e validati singolarmente per ogni patologia. Analogamente, anche il decorso clinico di ogni malattia autoimmune è indipendente. In altre parole, non ci può aspettare che curando una malattie autoimmune anche le altre eventualmente presenti migliorino.

In conclusione, spiega l’esperto, "è bene conoscere queste interazioni tra patologie autoimmuni senza che questo diventi fonte di ansia dal momento che possibilità di ammalarsi non significa necessariamente malattia".


03 luglio 2017

Independence Day: quello che dovresti sapere (e no, non lo sai!)



Domani, 4 luglio, gli Stati Uniti d'America celebreranno il loro 241º compleanno, noto come Independence Day, o anche semplicemente Fourth of July tra gli angolofoni. La festa ricorda il lontano 4 luglio 1776, quando tredici colonie della costa est del Nord America dichiararono la loro indipendenza dalla corona britannica, andando così a formare gli "Stati Uniti d'America". In occasione del giorno dell'Indipendenza degli Stati Uniti, ABA English, scuola d'inglese online con milioni di studenti in tutto il mondo, spiega tutto quello che c'è da sapere su questa festività tutta americana, che molti hanno imparato a conoscere grazie ai film.

1. “The cradle of liberty”, la culla della libertà 
La Dichiarazione d’Indipendenza venne appunto firmata il 4 luglio 1776 a Philadelphia, in Pennsylvania, all'epoca la città più grande delle tredici colonie. Il testo venne redatto da Thomas Jefferson e firmato da 56 delegati delle varie colonie nella Pennsylvania State House, edificio ancora esistente e ora noto come Independence Hall per commemorare lo storico evento. Da allora, la città della Pennsylvania viene soprannominata "The Cradle of Liberty", ovvero "la culla della libertà".

2. Scusi, mi fa una John Hancock in basso a destra? 
Il presidente del congresso, John Hancock, originario della colonia del Massachusetts, fu il primo a firmare la Dichiarazione, che è ora conservata nei National Archives di Washington. La sua firma ricca di ghirigori divenne così famosa che ancora oggi si usa il suo nome come sinonimo di firma, soprattutto in tono scherzoso. Quindi, non preoccupatevi se qualcuno in America vi chiedesse di fare una John Hancock in basso a destra, vi sta solo chiedendo una firma.

3. La campana che non suona da quasi 200 anni 
Altro simbolo indiscusso del “Fourth of July” è la Liberty Bell, una campana di quasi 300 anni che sorgeva sulla torre della Independence Hall. Non si sa se la campana abbia rintoccato per annunciare la firma della Dichiarazione, ma da allora è diventata un emblema della libertà, anche grazie alla citazione biblica incisa sull'esterno, che recita: “Proclaim Liberty throughout all the Land unto all the Inhabitants Thereof” (Proclama la libertà su tutta la terra e ai suoi abitanti). La campana si trova ora a fianco della Independence Hall, ma è dal lontano 1846 che non la si fa suonare per paura che si rompa, vista l'età avanzata e la grande crepa su un lato. In occasione del “Fourth of July”, la si tocca delicatamente (in inglese "tap") tredici volte per aprire le celebrazioni.

4. La più grande festa del hot dog dell’anno
Nel 2012, il prestigioso periodico americano TIME magazine ha dichiarato il Fourth of July "la più grande festa del hot dog dell'anno". In questa giornata tanto speciale, gli americani ne mangiano circa 155 milioni, quasi uno ogni due abitanti. Il tipico panino alla salsiccia bollita è infatti uno dei cibi più consumati durante i festeggiamenti all'aria aperta, insieme a hamburger, pannocchia di mais ("corn on the cob") e le patatine fritte. Queste tradizioni sono un esempio perfetto del “melting pot” americano: l'hot dog è infatti approdato in America nell'800 con l'immigrazione tedesca e polacca, mentre il nome stesso delle patatine ("French fries") ricorda le origini europee di un altro cibo che tradizionalmente accompagna le celebrazioni.

5. “The Star-Spangled Banner”, il vessillo trapunto di stelle
Negli Stati Uniti non è raro vedere sventolare la bandiera nazionale nei giardini di casa, una tradizione che si ravviva ancora di più in occasione del 4 luglio. Secondo la leggenda, anche la bandiera è nata a Philadelphia, tessuta da una signora di nome Betsy Ross di cui è tuttora possibile visitare la casa. Lo "Star-Spangled Banner", come viene comunemente chiamata, è così importante per gli americani che ha una festa tutta sua: il 14 giugno si celebra appunto il "Flag Day", la giornata della bandiera del paese.

6. Il falò più grande, i fuochi più belli 
Una delle tradizioni più diffuse consiste nell’accendere i cosiddetti “bonfires”, cioè i falò, soprattutto nel New England, dove Salem regge il record dei falò più notevoli. In quasi tutte le città d'America il 4 luglio si festeggia con spettacolari fuochi d'artificio, che segnano la fine di una giornata ricca di eventi di ogni tipo: dalle celebrazioni ufficiali fino ai “block parties” che si organizzano nelle città tra vicini di quartiere. Quest'anno lo spettacolo pirotecnico più grande sarà invece a New York, dove più di 60,000 botti illumineranno le acque dell'East River.

Paolo Villaggio se ne è andato: addio Fantozzi, non mi sei mai (molto) piaciuto



Personaggio strano Paolo Villaggio, da sempre e fino all'ultimo momento.

Mi dispiace umanamente ma cinematograficamente, a dire, il vero, non così tanto. Credo di averli visti tutti i tuoi film. In casa fratello e papà si facevano grasse (e grosse) risate con i tuoi modi di interpretare i personaggi più assurdi del creato.

Mamma invece ti ha sempre odiato: "Mi si tirano tutti i nervi a sentirlo". Frase tipica ogni volta che uno dei mille Fantozzi si presentava alla tv, rigorosamente da vedere.

E io no, infondo non ti ho mai amato tanto, nemmeno io. Ero dalla parte di mamma. La scena de La corazzata Potëmkin in casa, è sempre stata un piccolo cammeo storico di "risate". Io a dire la verità ero decisamente spaventata per quella carrozzina che cadeva lungo le scale.

Come non mi è mai piaciuta l'idea che tua moglie e tua figlia fossero dei cessi. Diciamocelo.

Ma sei pur sempre stato "storia" del cinema italiano, non si può negare.

Ma ricordo volentieri le tue ospitate da Costanzo, quel Maurizio Costanzo Show che adoravo. E mi piacevano le cose che dicevi come Paolo. Fino a quando hai iniziato a sentirti troppo solo.

E ora a 84 anni e dopo essere ricoverato per giorni al Policlinico Gemelli di Roma, i tuoi personaggi grotteschi e paradossali come il professor Kranz, il timido Fracchia e il tanto amato ragionier Fantozzi, danno davvero l'addio alle scene.

Elisabetta, tua figlia, oggi ti saluta con un post in bianco e nero sul suo Facebook.

"Ciao papà ora sei di nuovo libero di volare"


Ci sono anche diversi libri (che non ho mai letto), nella tua vita, non solo la carriera cinematografica. Eppure Paolo non eri poi così allegro nella tua vita a quanto pare.

Lo scorso anno avevi rilasciato un'intervista al settimanale Oggi dove dichiaravi tutta la tua solitudine: "L’unico amico che ho: Paolo Fresco, che è stato anche il mio compagno di banco (…) Solo uno. Ho sempre pensato di essere una persona divertente da frequentare per il clima che riuscivo a creare, ma il giorno che mi sono ritirato dalle notti romane, circa due anni fa, non ho trovato più nessuno di quegli amici occasionali che frequentavo. Oggi non esco più, prima uscivo tutte le sere e senza mai annoiarmi. Poi ho capito che Roma è una città che offre molto poco, soprattutto dal punto di vista umano".
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Negli ultimi anni ti eri anche inventato la tua morte: "Io ho annunciato più volte la mia morte perché ho sempre avuto un interesse speciale a sopravvivere. Annunciare la morte è stato un modo banalissimo, quindi criticabile, per uscire sui giornali. Alimentare l’idea di stare sul punto di morte è stato uno strumento per celebrami e far parlare di me. Insomma mi mantengo in vita perché, in fondo, voglio vivere".

Purtroppo questa volta non hai potuto nemmeno parlare.

"Sono vecchio, e la vecchiaia è una fregatura".

Già. Ciao Paolo, che il tuo viaggio sia ancora pieno di risate.



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