La storia che ebbe inizio una notte di San Lorenzo di 12 anni fa, che voi ci crediate o meno.



E venne il giorno. Anche di questo 2017.

La notte delle lacrime di San Lorenzo, ovvero la notte delle stelle cadenti. Quella dove con il naso all'insù si esprimono desideri da realizzare.

Perché è il festival della speranza, della ricerca di qualcosa che può arrivare dall'alto. (Anche se di magico in realtà ha ben poco, ma sicuramente di scientifico parecchio, con le Perseidi e la loro pioggia di meteroriti).


Certo, non per chi fa dei sogni quel tramonto e quell'alba di ogni giorno esattamente come me. 

La tradizione popolare collega il fenomeno delle Perseidi al martirio di San Lorenzo, bruciato nel 258 proprio in questo giorno. Ecco perché in Italia le stelle cadenti sono chiamate anche "Lacrime di San Lorenzo". Per me, alla fine, resta soltanto la notte del mio bambino.

E della storia che ebbe inizio una notte di San Lorenzo di 12 anni fa. Libero ognuno di scegliere di ascoltarla, crederci o semplicemente darmi della pazza. Io so solo che mi ha cambiato la vita.




Lollo era morto a gennaio. Passarono i mesi tra lacrime, depressione, lavoro, solito tran tran se non quello di tornare ogni volta a casa e crollare. Passano i mesi e arriva estate: generalmente intorno a questa data siamo in montagna dai miei genitori.

Non troppo lontano da Milano, ma abbastanza per poter vedere il cielo senza tutto quell'interferenza luminosa a cui siamo abituati.

Naso all'insù, coperta. Lacrime e stelle cadenti. Ricordi, speranze, un unico desiderio. Mi addormento per pochi minuti. Sogno Lorenzo, bello, anzi bellissimo (si sa, ogni scarrafone è bello a mamma sua).

"Mamma sto bene, non preoccuparti. e non piangere. Sai, arriverà un bambino dopo di me, non so dirti se maschio o femmina, ma starà bene. Io sono qui mamma, non ti lascio. Ora sorridi".


Non facile come approccio di una qualsiasi notte di San Lorenzo direi: la testa gioca brutti scherzi, si sa. Lascio in qualche modo correre, se non che le lacrime erano più le mie che rispetto alle stelle cadenti.

E ripassano i mesi. Si prosegue, si tenta di superare il trauma. Vorrei un figlio, per me avere un figlio è un sogno. E', per la gioia di chi non capisce, la mia realizzazione come donna. Poco mi interessa essere un grande manager. Voglio essere mamma. E Lorenzo me lo ha strappato troppo presto. E' ingiusto.

Passano i mesi. Pomeriggio se non ricordo male di primavera appena iniziata. Avete presente di quando ti addormenti quella mezz'ora sul divano e manco te ne accorgi?

Era il periodo di Cogne, del povero Samuele, massacrato dalla madre.

"Ciao mamma. Sono tornato. Senti mamma, mi devi fare un favore. - Lorenzo aveva una tutina bianca, stava con mia nonna Elsa, era felice ma preoccupato- Mamma, ascoltami. Qui in cielo dove sono io, quando arriva qualche bambino che non è stato bene giù, appena qualche altro bambino sano viene chiamato con lo stesso nome, gli danno la Stella della buona salute e della buona speranza. Ecco mamma, ora te lo dico. Arriverà un maschietto, sarà sano ma tu lo devi chiamare Samuele. Perché qui c'è un bambino che ha tanto bisogno di quella Stella per stare bene, ora. Non preoccuparti per me, arriverà anche il mio turno, ti voglio bene. Andrà tutto bene".


Mi sono svegliata in preda al panico, lo ammetto. Sudata, sconvolta, felice al tempo stesso, agitata. Ho cercato mio marito e i miei genitori.

"Ho sognato Lollo, mi ha detto questo. Si deve chiamare Samuele se accade". E mia mamma ricordo ancora mi disse: "Ma Samuele non è un nome "nostro", è un nome strano...". 


Poco importa. Pensai. Era di nuovo venuto Lorenzo.

Questa volta ne passarono pochi di mesi. Durante una passeggiata un mal di pancia conosciuto la volta precedente mi mise in allerta. Tornando giù dalla montagna, il test in farmacia. Ero di nuovo incinta. Panico. Gioia. Panico. 


La villocentesi per scoprire se la malattia si fosse riproposta, il test del DNA. 

Passarono giorni. Un incubo in attesa di una telefonata. Che arrivò. Niente malattia, il bambino (o bambina), era sano.

In Mangiagalli ci diedero gli esiti. "Signora se ora vuole andare a prendere il risultato del DNA e vedere il sesso vada di là".

Ricordo ancora che ci accolse una dottoressa molto carina.

"Tutto bene anche per il DNA, niente assenze o presenze strane. Vuole sapere il sesso?".

"Grazie, ma lo so già. E' un maschio".

"E come fa a saperlo?"

"Non importa. Sappia solo che si chiamerà Samuele".

Sono passati altri 7 mesi circa. Lorenzo per me, da quando è morto, è diventato (non chiedetemi il motivo) un passerotto. La notte prima di entrare in ospedale, stesa sul letto della camera con la tv accesa e il panico che avanzava, un passerotto si è posato sul davanzale ed è stato lì parecchio tempo. Ci osservavamo.




Tra 3 mesi Samuele compirà 12 anni. Per chi ci crede, il suo significato deriva dall'ebraico Shemu'el, composto da shem, 'nome' e da El, abbreviazione di Elohim, 'Dio, Signore' e significa quindi 'il suo nome è Dio'.


Un significato non indifferente. Quando qualcuno ancora oggi mi chiede: "Perché Samuele?".

Perché lo ha scelto suo fratello. E non è da tutti avere un angelo custode così.

[Nè una stella cadente così importante, buon naso all'insù].






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